Un Maestro se ne è andato, in silenzio e senza far rumore così come ha vissuto la sua lunga vita


Avevo incontrato il Prof. Fantoni a dicembre dello scorso anno e nulla mi aveva fatto presagire della sua possibile scomparsa. Abbiamo discusso del nostro lavoro giornaliero, della necessità di continuare sino all’ultimo la nostra esperienza professionale. Lui mi parlò anche del suo grande amore per il tennis ed io gli parlai dei miei impegni all’estero e delle mie piccole “half marathon” di Mumbai.

Ricevere un inatteso messaggio, in una caldissima serata indiana dove attualmente mi trovo bloccato, del suo ricovero in rianimazione dopo un intervento chirurgico d’urgenza è stato un vero shock che si è completato la mattina successiva quanto un altro messaggio mi comunicava “ Mi ha telefonato Franco Fantoni proprio in questo momento per dirmi che purtroppo ci ha lasciato”. Lui, l’artefice primo della mia venuta a Milano dal profondo sud alla fine degli anni ’60 e della mia carriera se ne era andato.

Descrivere il mio stato d’animo in questo momento è estremamente difficile perché faccio fatica a pensare che il mio Maestro ha iniziato il suo viaggio senza ritorno lasciandoci soltanto i grandi ricordi che ci hanno legato.

L’ho sempre considerato una persona diversa da tutte le altre che ho conosciuto e in Lui ho ammirato la genialità. Il non accettare quello che di consuetudinario era possibile fare nel nostro mestiere era la sua forza vitale. Forse ora capisco perché volutamente negli ultimi anni preferivo stare lontano da lui. Era il mio mito al quale non volevo dare un aspetto umano.

Ricordo ancora il ritorno nel 1970 da San Francisco, U.S. dopo l’incontro con Gregory e l’illuminazione sulle possibilità di impiego della PEEP. Ricordo ancora la riunione con i colleghi universitari milanesi nel suo studio all’ultimo piano dell’Ospedale S. Carlo Borromeo di Milano. Incredulità, scetticismo, un pò geniale pazzia era quello che girava per la testa agli attoniti partecipanti. Eppure tutti a distanza di anni hanno dovuto riconoscere la sua anticipazione e hanno affondato le mani in quello che lui ogni anno per oltre un decennio ha presentato a Milano: i corsi di aggiornamento del S. Carlo Borromeo fatti anni prima che altri corsi nascessero, ne seguissero la formula e diventassero importanti come lo hanno meritato.
Li ricordo ancora, anno dopo anno, le personalità scientifiche invitate, le novità assolute portate, gli scetticismi creati in un ambiente anestesiologico-rianimatorio che non accettava con simpatia le sue idee innovative e a volte demolenti di quanto per anni era stato proposto e fatto.

Ricordo di lui il gusto di porsi sempre in situazioni d’avanguardia per migliorare quello che mancava in ambito rianimatorio. Gli anestesisti venivamo da “appendice dei chirurghi”, sostituivamo la suore che avevano in molti ambienti svolto il ruolo di “addormentatrici”. Quelli della sua generazione e un può anche quelli della ma, hanno data forma ed aspetto alla grande esperienza culturale di anestesia e rianimazione. Ricordo anche tutto quello che di nascosto in tanti “gli rubavano” utilizzandoli a larghe mani ma spesso senza darne chiaro riferimento all’origine e dove si erano affondate le mani.

La sua più grande intuizione, oltre all’impiego della PEEP in tutti gli abiti della ventilazione, è stato a primi degli anni ’70, la “messa in piedi” di una area intensiva, all’interno della rianimazione generale, riservata specificamente al trattamento del neonato con problemi respiratori alla nascita e in particolare al prematuro. Erano gli anni, che ricordo bene perché line ho fatto breve esperienza a Parigi in Francia, considerata all’avanguardia nella rianimazione pediatrica, che all’epoca considerava non trattabile il prematuro al di sotto di 1.600 gr. Il tentare di capire la realtà anatomica del polmone dei piccoli neonati (1 kg!!) che sopravvivevano per alcuni giorni è stata una svolta essenziale per lo sviluppo delle aree intensive specifiche per il prematuro e per il neonato asfittico. Dal S. Carlo Borromeo e dalla sua scuola son passati la più parte dei rianimatori neonatali e pediatrici che hanno dato lustro e formato le migliori scuole in tutta Italia.

Sempre in questo ambito mi è caro ricordare le prime esperienze sulla realizzazione delle protesi tracheali in età pediatrica e il suo lavoro nella loro realizzazione utilizzando i materiali più disparati allora disponibili. Il suo lavoro “da artigiano” nella costruzione di protesi specifiche per ogni paziente è un ricordo indelebile.

Altro ricordo indelebile a enormemente anticipatore dei tempi è quello della geniale idea della mobilizzazione del paziente una volta intubato e ventilato sin dal nel 1972 quando la manovra fu applicata con successo sia in pazienti pediatrici sia negli adulti. La sua conoscenza in ambito anestesiologico della rapida insorgenza delle atelettasie nelle zone declivi dopo l’induzione dell’anestesia Pele grandi ricerche che nel campo allora venivano pubblicate, gli ha permesso di trasferire la conoscenza in ambito rianimatorio e conseguentemente l’utilizzo del “prone position” di durata limitata per evitare che le atelettasie si consolidassero e fossero all’origine delle sovrainfezioni nel paziente ventilato.
A mio parere la sua intuizione non è stata correttamente interpretata quando si è voluto impiegare il “prone position” per durate decisamente prolungate nel trattamento della grave ARDS divenuta non trattabile con i trattamenti ordinari. Probabilmente, come con Lui ho discusso più volte, la non reclutabilità del polmone è legata al trattamento tardivo, quando il consolidamento delle aree declivi non poteva più essere risolto soltanto con un cambio di postura anche se prolungato nel tempo. Di questo ne abbiamo discusso ancora durante l’ultimo incontro a dicembre scorso e ricordo la sua meraviglia al fatto che ancora il suo pensiero non fosse stato adeguatamente capito anche se in parte utilizzato.

L’ho lasciato quando ero ancora giovane aiuto per ricoprire altro incarico dirigenziale ma sempre gli sono stato e mi è stato vicino. Ricordo ancora la sua gioia quando è stato organizzato nell’ ’87 il Congresso internazionale di Anestesia e Rianimazione a Merate, allora in provincia di Lecco. Nessuno ci credeva nell’evento, inclusi gli scettici colleghi lombardi. Eppure abbiamo portato proprio a Merate il meglio della cultura mondiale esistente al momento nell'ambito.

E’ stato lui a suggerire il mio rientro a Milano dopo anni meravigliosi e pieni di intensa attività in periferia (Merate). Da lui ho avuto sempre suggerimenti, critiche costruttive, idee nuove da esplorare, campi rianimatori aperti a quanti hanno avuto la fortuna di incontrarlo.

Forse i più lo ricordano per lo sviluppo della metodologia di tracheotomia translaringea (TLT). A mio parere è un limitarne ingiustamente la sua ampia veduta mentale, le sue attività sempre all’avanguardia svolte (e gli atti dei corsi tenuti al S. Carlo ne sono fedeli e imperituri documenti), le continue ricerche in cui si immergeva sempre con entusiasmo e spirito di sacrificio, parlando e ricordando solo quelle.

La vera realtà è quella che in silenzio e senza tanto frastuono ha lasciato una grande scuola. Tantissimi di quelli che siamo stati alla sua scuola e abbiamo vissuto la sua fase di maggior splendore hanno ricoperto e ricoprono ancora ruoli importanti nell’ambito anestesiologico e rianimatorio. Questo significa che il suo esempio e e la sua qualità professionale erano le attese per un nuovo modo di pensare l’anestesia e la rianimazione in Italia. Da lui e dal suo operare tutti abbiamo tratto direttamente o indirettamente beneficio anche se qualcuno stenta ancora a riconoscerlo. Il tempo è tiranno ma anche il miglior giudice. Ci farà capire come realmente sono andate le cose e quello che Lui ha rappresentato per l’anestesia e la rianimazione in Italia e all’estero.

Non ha pubblicato lavori importantissimi non ha mai curato i rapporti all’estero perché non ne ha avuto né la voglia (carattere estremamente schivo e solitario) né il tempo. A lui è interessato più comunicare direttamente, aiutare tutti quelli che lo abbiamo conosciuto a “rubargli il mestiere” non atteggiandosi mai a grande docente. Eppure lo è stato e lo era. Vederlo all’opera era una vera gioia. Il suo era un comunicare speciale fatto di sguardi, di silenzi, di semplici suggerimenti così come dovrebbero fare tutti i grandi maestri che si voglio fregiare di questo nome.

A lui devo tutta la mia carriera e senza tanta retorica quello che sono. Non lo avessi incontrato nella mia strada, io come tanti altri come me che lo abbiamo avuto per maestro, negli anni difficili di immigrato siculo negli anni ’70 a Milano non avrei potuto percorrere quello che ho percorso e continuo a percorrere. Seguo il suo motto: perché fermarsi? C’è sempre tempo per nuove attività, nuove ricerche, nuovi impegni professionali e culturali.

Per finire voglio ricordare quello che ci ha insegnato in modo chiaro e assoluto: l’amore verso il malato. Prima di tutto la sua sicurezza e fare il meglio e il più possibile per chi giunge alla nostra attenzione e chiede a viva voce il nostro aiuto. I lavori, le pubblicazioni le ricerche sensazionali vengono dopo quando ciò che eticamente Lui riteneva corretto è stato fatto.
Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla gioia, ma alludo al superamento di ogni contraddizione che attraversa la nostra vita perché siamo costantemente nello squilibrio e nell’instabilità: non ci
attende la reincarnazione o la resurrezione, ma qualcosa di infinitamente di più. (Emanuele Severino)

Le auguro un buon ultimo viaggio Prof. Ora la serenità ha raggiunto il suo animo e si è immerso nella pace eterna. E’ tempo di andare perché la strada è lunga e sicuramente il percorso non sarà accidentato. Con immutata stima ed affetto.

Il suo eterno allievo, Pippo Marraro 


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