Note storiche sull'oppio - la prolusione del prof. Aldo Masullo


Gentili soci,

si riporta di seguito la trascrizione dell'applauditissimo intervento del prof. Masullo, Emerito di Filosofia Morale dell'Università Federico II di Napoli, tenuto il 30 giugno u.s. presso l'Accademia Pontaniana di Napoli in occasione della presentazione del volume Note Storiche sull'Oppio del prof. Vito Aldo Peduto.


Vito Peduto e l'oppio: una drammatica narrazione di storia della cultura.

Il monumentale volume di 428 pagine in 8°, su doppia colonna, dedicato dal professore Vito Peduto con puntigliosa ricerca ad una straordinaria messe di Note storiche sull'oppio, non solo squaderna sotto gli occhi del lettore una non comune adunata dei più vari saperi ma, come si osserva nell'intrigante prefazione dell'antropologo Tullio Seppilli, «apre una questione più generale» rispetto alle molte «piste di ricerca» che vi si percorrono.

Si tratta della questione della coscienza o, più precisamente, degli «stati di coscienza», ossia dei vari modi e gradi di presenza a sé dell'uomo nell' incessante esposizione del suo apparato organico alle sollecitazioni non solo esterne, ma anche interne, ad opera di questa o quella funzione dell'apparato stesso.

Qui sono in gioco non gli atti di una coscienza illuministicamente identificata con la presunta purissima, cioè astratta, razionalità sovrana, ma appunto i vari «stati di coscienza», in cui si esprime la solidarietà di sensazioni, emozioni, ragionamenti, in cui consiste la vita. Contro l'astrattezza «logica» si parli di concretezza «patica». Su questa linea, ben oltre l'ideologia illuministica, si avviano i filoni più fecondi del positivismo ottocentesco con l'evoluzionismo biologico e l'antropologia storicistica, fino alla radicale inversione metodologica della fenomenologia nel Novecento. Qui la ricerca antropologica muove non dalla presunta immediatezza naturale, dai «fatti», ma dalla nostra «coscienza dei fatti», ossia non dal supposto dato osservabile del vivente, ma dalla descrizione critica del vissuto, in breve da un'assidua ermeneutica della presenza dell'uomo a sé.

E' evidente l'enorme portata che nell'ideologia razionalistica dell'Occidente moderno dovette avere l'introduzione dell'oppio, come più tardi della droga sua antagonista, la coca. Cadeva con ciò la presuntuosa idea, per quanto idea-limite, di una ragione pura, al riparo da ogni inquinamento d'interessi sensibili e di passioni, sovrana nella sua ideale universalità. Ci si accorgeva finalmente che esistono non la coscienza, ma «fenomeni», «manifestazioni» originarie, in cui vengono alla luce la cosiddetta realtà e insieme l'uomo al cui sguardo essa si offre. Ai modi e ai gradi di questo manifestarsi corrispondono gli «stati di coscienza». L'uso della droga permette addirittura di modificarli. L'uomo ne diventa così in qualche misura arbitro.

Il volume di Vito Peduto non è tanto un libro di medicina, o di storia della medicina, o di storia dell'oppio, quanto piuttosto una ricognizione delle varie fasi del modo umano di esistere, insomma un saggio di storia antropologica. Lo stranissimo animale, che è l'uomo, ha attraversato la storia, storia naturale e via via sempre più intensamente culturale. In questa storia l'oppio ha una costante presenza, che però diviene invadente a partire del secolo XIX. Il professore Peduto ha messo il suo libro sotto il segno di Lucrezio: «Come non vedere che null'altro la natura ci chiede con grida imperiose, se non che il corpo sia esente da dolore, e l'anima goda d'un senso gioioso, sgombra d'affanni e timori?». Forse ancora più calzante sarebbe stato citare i due versi immediatamente successivi: «Quel, che può sopprimere il dolore del corpo, è anche capace di procurargli uno squisito piacere». Questo è appunto l'ambiguo potere dell'oppio e dei suoi derivati: per esso da un lato può sedarsi il dolore, il che è funzione terapeutica; dall'altro lato possono prodursi forti piaceri, il che è funzione edonistica. Quale atteggiamento è ragionevole assumere dinanzi a tale ambivalenza? Questo mi sembra il nocciolo della ricerca di Peduto. Come può questa ambivalenza essere appropriatamente utilizzata in un quadro etico? Eticità non è moralismo, e neppure moralità, o semplice conformità a regole socialmente consolidate. «Ethos» è il comportamento, il condursi di una vita d'uomo. L'antico pensiero greco fu seriamente impegnato nella ricerca del modo migliore per governare la condotta, cioè nella scelta di comportamenti capaci di attenuare, se non eliminare, i dolori degli uomini e possibilmente donare loro qualche intenso piacere. L'etica, in breve, è la tecnica del vivere bene nel rapportarsi a se stessi e agli altri esseri umani. S'intende così quale importanza etica abbia il tema dell'oppio e in genere delle sostanze psicotrope. Esso attiene al governo della nostra esistenza. A ciò si riferiscono tutte le straordinarie notizie raccolte nel libro. Se questo grosso volume ha un difetto, questo è l'enorme accumulo di preziose notizie storiche e informazioni scientifiche, tanto che a volte, letto un capitolo, si crede di avere esaurito un ambito tematico, e invece nel capitolo successivo ci si ritrova ancora nello stesso ambito, ma investigato lungo una diversa traccia. Il che per il lettore è causa di non poca fatica. Ma questo è anche il primo merito dell'opera. Un libro, che si legga troppo facilmente, facilmente si dimentica. Di un libro impegnativo invece, se si ha il coraggio di superare le difficoltà, si ricorda non dico tutto, ma molto, soprattutto l'essenziale. Si tratta della fondamentale qualità, che fa della letteratura non un semplice lustro formale, una vana decorazione, o anche un inutile gioco elegante, ma un'operazione al servizio dell'uomo. Il collega Nazzaro ha giustamente richiamato la chiusa del libro. La rileggo: «Se il lettore ritenesse che il risultato della presente indagine sull'oppio (ma di fatto sulla medicina del mondo antico) non sia andata oltre una personale aggregazione di informazioni note e già visitate da altri, l'autore si augura di essere riuscito quantomeno a trasmettere il fascino di un tempo remoto. Per parte sua, è già largamente appagato dalle emozioni provate durante la stesura del testo».

Queste parole potrebbero sembrare un rituale atto di cortese modestia e di semplice ringraziamento da parte dell'autore nei riguardi del lettore paziente. Non è così. O meglio, anche questo, cioè la sapiente gentilezza dell'autore, queste parole dicono. Ma il loro senso profondo sta tutto nel ricordo delle «emozioni» provate nella lunga e faticosa elaborazione. Poco fa ho accennato alla cultura illuministica, illusa dal miraggio di una pura razionalità trionfante, e alla sua inevitabile crisi sotto l'irrompere delle nuove scienze dell'uomo, capaci d'includere nel proprio discorso la decisiva funzione delle emozioni e dei sentimenti. Questa volta, poiché nei processi storici tutto si tiene, e al mutamento del quadro epistemologico corrispondono per lo più modificazioni antropologiche di fondo, Peduto può annotare: «Crollata l'illusione illuministica che si potesse ordinare il mondo con la sola ragione, si stava affermando l'era dell'ansia, madre dell'era dei tranquillanti e nonna dell'attuale era degli antidepressivi». Certamente, se ci si fosse attardati a identificare il modello umano con la repressiva disciplina di un'arida razionalità, l'uso della droga sarebbe risultato soltanto una violazione dell'etica, cioè della cura di sé. In tal caso, un libro sulla droga sarebbe rimasto un semplice trattato di storia criminale. Invece, riconosciuta l'ambiguità della droga e qualche sua pur positiva funzione, studiarne il cammino nella vita dell'uomo ha la dignità di una ricerca etica.

Ripeto: la razionalità, se è esercizio del governo dell'emozionalità, senza le emozioni non avrebbe di che vivere.

Perché mai il professore Peduto avrebbe profuso, con non piccolo sacrificio, tanta parte della sua vita professionale, per elaborare un libro come questo, se non fosse stato spinto e sorretto dall'emozionante pensiero di esplorare territori ignoti o mal conosciuti e dall'entusiasmo di partecipare ad altri uomini sensibili l'attivo piacere dell'intelligenza? Pensare non è calcolare come farebbe una macchina ben funzionante, ma sentire la sfida del mondo in cui ci troviamo. Può esserci sentire senza pensiero, non pensiero senza sentire.

Allora la questione delle sostanze psicotrope tocca non questo o quell'aspetto marginale della vita, ma la struttura stessa dell'umano. Perciò questo libro si legge utilmente e con grande piacere. E' un universo d'informazioni, una specie di enciclopedia, in cui molte scienze convergono, ma non ha affatto una funzione seccamente informativa o puramente accademica.

Venendo qui ho incontrato un conoscente. Mi ha chiesto: «Dove vai?». "All'Accademia". Ha replicato, ironico: «Nelle Accademie si dorme. Di che si parlerà oggi?". Ed io: "Del papavero". Il suo disinteresse è divenuto disprezzo: «Allora il sonno è sicuro».

Troppo diffusamente s'ignora che il sapere è pienezza di vita. Il sapere è vivere svegli. Il rapporto che la scienza ha con i propri contenuti di ricerca naturale, come in questo caso sull'oppio, è anche illuminazione storica: ricomposizione vivida, come in uno straodinario teatro, dei più significativi momenti di passione e di intelligenza che gli uomini hanno attraversati. Ecco perché il ricchissimo discorso del professore Peduto sull'oppio mi ha molto interessato.

Ricordo un verso del Prometeo di Eschilo: πάθει μάθος, "avendo imparato con il dolore»! Il dolore in verità è il grande maestro; anzi, come ben sanno i fisiologi, esso come provvidenziale segnale d'allarme, è il primo difensore dell'integrità fisica del vivente animato.

Non converrebbe mai, se pur fosse possibile, sopprimere definitivamente il dolore. Ragionevole è piuttosto addomesticarlo e convivere con esso in modo che la sua compagnia sia non distruttiva ma stimolante.

Sta tutta qui la questione etica delle droghe. Queste possono attenuare, e addirittura, sia pure occasionalmente, liberare dal dolore, perfino dal "male di vivere". L'uso della droga è dunque salvifico, ma entro certi ristretti limiti, mai totalmente e per sempre. Altrimenti esso è letale. Se di nessuna difficoltà corporea, e in genere dell'urtante presenza di cose estranee e spesso ostili, fossimo più avvertiti, cesseremmo d'imparare dall'esperienza, e perfino sopravvivere  non potremmo. Sulla consapevolezza di ciò si regola l'etica della droga.

Per quanto mi riguarda, io ho molto imparato dal libro del professore Peduto e gli auguro di continuare a lavorare con così penetrante intelligenza, scrivendo altri libri che avranno magari, come questo, l'inconveniente di essere pesanti: non pesanti da leggersi, ma da trasportarsi, certamente non tascabili.

Prof. Aldo MASULLO

Emerito di Filosofia Morale nell'Ateneo Federico II


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