
Perché l'uso legale del fentanyl nella terapia del dolore e nell'anestesia non deve essere demonizzato (intervista a Silvia Natoli)
Siamo lieti di condividere l'intervista della Prof.ssa Silvia Natoli, responsabile dell’Area Culturale Dolore e Cure Palliative di SIAARTI, pubblicata su Wired Italia. Nell'articolo, la Prof.ssa Natoli approfondisce l'uso del fentanyl nella terapia del dolore e nell'anestesia, sottolineando l'importanza di un utilizzo consapevole e informato di questa molecola.
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Perché l'uso legale del fentanyl nella terapia del dolore e nell'anestesia non deve essere demonizzato
Stanno ancora facendo discutere le dichiarazioni del coreografo Luca Tommassini sul fentanyl, un potente oppioide ad uso terapeutico, e sulla sua potenziale pericolosità. Affermazioni che appaiono così generalizzanti che gli esperti della Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia Intensiva (Siaarti) hanno ritenuto necessario intervenire per mettere argine alla disinformazione che ne può derivare, con le relative conseguenze sulle paure dei pazienti e sullo stigma nei confronti di chi ricorre all’uso del farmaco in modo legale. Per fare ulteriore chiarezza, Wired ha intervistato Silvia Natoli, responsabile dell’Area Culturale Dolore e Cure Palliative di Siaarti e professoressa di Anestesia, Rianimazione e Terapia del Dolore all’Università di Pavia.
Che cos’è il fentanyl?
Il fentanyl è una molecola estremamente efficace nella gestione del dolore. Fa parte della categoria degli analgesici oppiacei, il cui capostipite è la morfina. Fu sintetizzato per la prima volta nel 1960 e da allora, per le sue caratteristiche di potenza (100 volte superiore a quella della morfina) e soprattutto di farmacocinetica (ha un effetto quasi immediato sul dolore e viene metabolizzato rapidamente), è impiegato quotidianamente nell’anestesia e analgesia moderne. “Quasi sempre i medici anestesisti utilizzano il fentanyl in sala operatoria”, precisa Silvia Natoli. “Anche se il paziente è incosciente, infatti, esistono aspetti legati al dolore intraoperatorio che devono essere gestiti, e il fentanyl è un alleato efficace e sicuro”.
Quando si usa il fentanyl?
Oltre all’utilizzo intraoperatorio, questo potente analgesico oppiaceo viene utilizzato legalmente per la gestione del dolore oncologico e non, sia in contesto ospedaliero sia al di fuori. “Ci sono tipologie di dolore che non riescono a essere controllate in altro modo. A volte tipologie di farmaci diversi dagli oppiacei, per esempio i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), semplicemente non funzionano, o, soprattutto a lungo termine, danno effetti collaterali gravi, come insufficienza renale, ulcere gastriche e danno d’organo in generale”, continua l’esperta. “Gli oppiacei non hanno effetti avversi così deleteri, a patto che vengano prescritti in modo corretto e che il paziente venga monitorato nel tempo per adattare la terapia”. L’uso medico del fentanyl, così come quello di altri oppiacei, insomma, deve essere considerato sicuro.
Ciò non significa che il fentanyl non abbia nessuna controindicazione. “I recettori degli oppiacei nel sistema nervoso centrale sono presenti in diverse aree deputate al controllo di differenti funzioni, dal meccanismo del dolore a quello della respirazione”, spiega Natoli. “La somministrazione di un oppiaceo, quindi, modula la percezione del dolore in primis, ma può avere come effetti collaterali anche nausea o depressione del respiro se la prescrizione non è ottimizzata. Per questo l’impiego di questi farmaci per uso medico richiede competenze e una periodica valutazione del paziente”.
Fentanyl: abuso e dipendenza
Se facciamo riferimento a canali di approvvigionamento legali di fentanyl, l’abuso non è così facile. “In molti casi la somministrazione di fentanyl al di fuori del contesto ospedaliero avviene attraverso cerotti transdermici, una via che poco si presta all’abuso, che invece si verifica più frequentemente per via iniettiva o transmucosale, cioè in compresse o in spray nasale. Le modalità di somministrazione più rischiose, tuttavia, si prescrivono, sempre sotto controllo del curante, solo in determinate situazioni, come nei casi di pazienti oncologici soggetti a un particolare tipo di dolore, episodico e che insorge molto rapidamente”.
“In contesti controllati in cui sia appurata la presenza di dolore moderato o severo - riferisce il medico - molto raramente si instaura dipendenza da oppiacei: ne abbiamo esperienza nella pratica clinica e ci sono evidenze di laboratorio che dimostrano che i circuiti di reward, quelli della gratificazione, non vengono alterati”.
Un discorso del tutto diverso, invece, va fatto per l’accesso al fentanyl o suoi derivati attraverso canali illegali. “Secondo report nazionali ed europei, l’abuso e lo sviluppo di tossicodipendenza da oppiacei derivano dall’approvvigionamento sul mercato illegale. La molecola è sempre fentanyl, ma viene sintetizzata in laboratori clandestini, dove non esistono standard qualitativi, per cui possono essere presenti impurezze del prodotto oppure questo può essere associato ad altre molecole per aumentare l’effetto sui circuiti di gratificazione. L’assenza di una motivazione patologica per l’assunzione della sostanza e la mancanza di controllo di un esperto su dosi e tempistiche di somministrazione inducono l’alterazione dei circuiti cerebrali del piacere e la comparsa della dipendenza e del craving, cioè il bisogno incontrollabile di assumere lo stupefacente”.
“Quello che come Siaarti vorremmo che passasse - conclude Silvia Natoli - è il concetto che la figura del medico, e in particolare quella dell’anestesista e dell’esperto in terapia del dolore, è garanzia per il paziente: non è la molecola, il fentanyl in sé, a dover essere demonizzata, né tantomeno le persone che ne fanno uso per un bisogno clinico. Prima della prescrizione il paziente viene valutato dal professionista, che terrà conto delle sue caratteristiche, comprese eventuali dipendenze pregresse o in corso, condizioni o predisposizioni a disturbi mentali, etc. Perché lo sviluppo di problemi legati all’abuso di fentanyl è nella stragrande maggioranza dei casi frutto del contesto sociale e culturale di riferimento”.
