Tumori: il dolore spesso non è trattato e un malato su due soffre (da corriere.it)

Published on June 18, 2025
di Vera Martinella

Il dolore cronico non è solo dei pazienti in fase terminale, ma può interessare anche i guariti. In Italia il ricorso alla terapia del dolore rimane spesso insufficiente. Timori non giustificati su Fentanyl e dipendenza

 

Circa il 50% dei pazienti affetti da cancro soffre di dolore cronico, che può presentarsi in ogni fase della malattia, e anche oltre la guarigione, a cui si aggiungono picchi di dolore intensissimo, che prendono il nome di breakthrough cancer pain: insorgono in modo rapido e inaspettato, anche 3-4 volte al giorno, con un forte impatto sul piano fisico e psico-emotivo. Per i pazienti oncologici il trattamento appropriato del dolore è un aspetto essenziale per migliorare la qualità di vita e garantire l’efficacia del percorso di cura. Secondo  gli esperti riuniti a Bari per il congresso dell'Area culturale «Dolore e cure palliative» della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (SIAARTI), però, in Italia il ricorso alla terapia del dolore rimane spesso insufficiente rispetto alle reali necessità dei pazienti, nonostante i significativi progressi nella consapevolezza e nella gestione del dolore. Per questo, durante il convegno, sono stati approfonditi vari aspetti con l'intento di aumentare la conoscenza della terapia del dolore, sgombrando il campo da pregiudizi e disinformazione sui farmaci oppioidi. L'obiettivo era anche sensibilizzare sull’importanza e sulla sicurezza di questo strumento per i pazienti oncologici e garantire un accesso ampio e appropriato alle cure che, grazie all’innovazione tecnologica, sono sempre più «a misura di paziente».

Le conseguenze nella vita dei malati

«Il dolore nei pazienti oncologici può derivare sia dalla malattia stessa, sia dai trattamenti ricevuti - spiega Silvia Natoliresponsabile dell’Area culturale «Dolore e cure palliative» della SIAARTI e co-responsabile scientifica del convegno -. Le conseguenze del dolore sono significative: influenzano la qualità della vita e gli aspetti sociali e relazionali del paziente, limitando la capacità di svolgere attività quotidiane, lavorare e mantenere contatti sociali. Questo può portare a isolamento e difficoltà nelle relazioni con familiari e amici. Inoltre, il dolore cronico è spesso associato a disturbi psicologici come depressione, ansia e stress, e può compromettere l’aderenza alle terapie, rendendo più difficile tollerarne gli effetti collaterali. Per questo, la terapia del dolore ha un ruolo fondamentale nel percorso del paziente oncologico, non solo nelle fasi terminali, ma anche durante e dopo la malattia».

Non solo in fase terminale

Un punto ancora poco chiaro a molti è che la terapia del dolore non è qualcosa che riguardi solo le persone giunte alla fase terminale di malattia. Con i progressi delle terapie oncologiche e grazie alle diagnosi precoci, molti pazienti oggi convivono a lungo con un tumore e, in molti casi, riescono a guarire. Sono oltre 3 milioni e 700mila gli italiani che hanno avuto una diagnosi di cancro, quasi un milione e mezzo dei quali può considerarsi guarito. «Il dolore può riguardare chi è in terapia, chi ha finito i trattamenti e anche dopo la guarigione, è possibile che persista un dolore cronico, definito come tale quando dura oltre le 12 settimane - chiarisce Natoli,  docente di Anestesia, rianimazione e terapia del dolore all’Università di Pavia -. È essenziale che chi soffre sia preso in carico dai Centri di terapia del dolore per gestire la sofferenza, legata sia alla malattia oncologica sia ai trattamenti ricevuti. La loro gestione deve essere multimodale, non è sufficiente prescrivere un singolo farmaco: serve un percorso di presa in carico continuativa e personalizzata, adattata nel tempo alle esigenze individuali del paziente».

Terapie: i farmaci oppioidi

Oggi gli oppioidi rappresentano i farmaci di prima linea per il trattamento del dolore cronico oncologico: sono i più potenti analgesici disponibili e, se utilizzati in modo appropriato, non causano danni d’organo (a differenza di altri analgesici come i FANS, che possono indurre insufficienza renale, ulcere gastriche o eventi cardiovascolari gravi, o i cortisonici). Gli effetti collaterali degli oppioidi, nella maggior parte dei casi, tendono a diminuire rapidamente grazie allo sviluppo di tolleranza e, nella peggiore delle ipotesi, scompaiono senza lasciare traccia una volta sospesa la terapia. «Tra questi, il Fentanyl, per la sua azione rapida e potente, si rivela particolarmente utile anche nel trattamento degli episodi di dolore severo che incidono negativamente sulla qualità di vita del paziente, compromettendone le attività quotidiane - continua l'esperta -. Se usato secondo prescrizione medica è un medicinale sicuro: l’uso appropriato e controllato degli oppioidi non deve destare preoccupazioni nei pazienti, a patto che venga gestito da professionisti esperti e in un contesto di cure personalizzate». 

Il dolore episodico intenso

Il Fentanyl si rivela particolarmente utile nel trattamento di una particolare forma di dolore oncologico, il dolore episodico intenso, o breakthrough cancer pain, che si manifesta con episodi di dolore severo, di breve durata e a rapida insorgenza. «In questi casi, gli altri analgesici non sono sufficientemente rapidi ed efficaci per fornire un adeguato sollievo - spiega Vittorio Guardamagna, direttore delle Cure palliative e terapia del dolore all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. Questo dolore così intenso e improvviso limita moltissimo le attività quotidiane dei pazienti.
e richiede un analgesico rapido e potente (come il Fentanyl, appunto) che il paziente può somministrare velocemente tramite spray nasale e pastiglie sublinguali, riuscendo così a risolvere le crisi di dolore e a stare meglio». Per gli esperti è un’arma indispensabile nelle mani del medico, che nulla ha a che vedere con il prodotto «da strada», creato  in laboratori clandestini a basso costo e spacciato in modo illegale con rischi enormi per la salute.

Sicurezza e dipendenza

«Queste forme illecite sono molto più pericolose rispetto al farmaco utilizzato dai medici per curare le persone malate - dice Guardamagna -. E in merito a un altro timore di pazienti e familiari, quello della dipendenza, la ricerca scientifica ha dimostrato che in condizioni di dolore cronico non si attivano quei meccanismi neurobiologici cerebrali che innescano la tossicodipendenza. Insomma, l’uso appropriato e controllato degli oppioidi non deve destare preoccupazioni, a patto che venga gestito da professionisti esperti e in un contesto di cure personalizzate. Infine - conclude l'esperto -, potremmo a breve disporre di soluzioni terapeutiche a base di Fentanyl dalla sicurezza rafforzata, cioè dotate di dispositivi di somministrazione all’avanguardia che permettono di ridurre al minimo il rischio di sovradosaggio accidentale, di uso improprio e di abuso del farmaco».