In prima linea a Gaza: l’esperienza di Patrizia Desalvo con la Croce Rossa

Published on September 25, 2025

La dott.ssa Patrizia Desalvo è medico anestesista-rianimatore e socia SIAARTI. Collabora dal 2016 con il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) di Ginevra, prendendo parte a missioni umanitarie in zone di guerra. La sua ultima missione si è svolta presso il Rafah Field Hospital (RFH), nella Striscia di Gaza, dal 6 al 24 luglio 2025. Secondo il report  ufficiale ICRC, l'ospedale da campo Rafah, tra il 9 maggio 2024 e il 31 luglio 2025, ha garantito cure mediche vitali in condizioni estremamente difficili e in un contesto umanitario in rapido deterioramento. I numeri parlano da soli: oltre 130.000 consulti medici, più di 7.300 interventi chirurgici, 566 parti assistiti, quasi 3.800 trasfusioni e più di 10.000 sedute di fisioterapia. Importante anche il sostegno psicologico, con oltre 2.000 colloqui individuali e 187 sessioni di gruppo per pazienti e caregiver. Il 36% dei pazienti sono minori (il 28% quelli under14), il 43% donne. Accanto all’assistenza clinica, il personale ha fronteggiato sfide drammatiche: carenze di farmaci, insicurezza alimentare che colpisce anche gli operatori sanitari, episodi di violenza nei pressi dei punti di distribuzione del cibo e problemi di approvvigionamento idrico. In particolare, dal 27 maggio 2025, con l’apertura di nuovi punti di distribuzione alimentare a circa 2 km, l’ospedale da campo ha registrato un forte aumento degli incidenti con molteplici vittime. Tra il 7 giugno e il 31 luglio 2025 si sono verificati 13 mass casualty incidents, 11 dei quali direttamente collegati ai centri di distribuzione alimentare: in queste settimane, il RFH ha accolto 12.574 pazienti.

Dottoressa Desalvo, può raccontarci l’impatto emotivo di questa missione a Gaza?
«È stata un’esperienza molto intensa e gratificante. I rapporti con il personale locale sono stati molto significativi, soprattutto dal punto di vista umano. Infatti con alcuni di essi sono ancora in contatto.»

Che tipo di feriti arrivavano in ospedale e con quali materiali avete dovuto lavorare?
«Dal mio arrivo l’attività era già intensissima, con Mass Casualties [eventi con un afflusso simultaneo di un numero molto elevato di feriti, superiore alla capacità ordinaria di risposta dell’ospedale, ndR] praticamente tutti i giorni, particolarmente elevata durante la distribuzione del cibo. Quasi ogni giorno arrivano una media di 50-100 persone: 20 black, una decina blue, un 15-20 rossi, il rimanente gialli e verdi (cifre indicative, variabili). Le sale operatorie sono equipaggiate secondo gli standard ICRC. L’apparecchio di anestesia è il Glostavent. Ogni sala operatoria ha un monitor con modulo per pressione arteriosa, SO₂, ECG. Purtroppo solo un monitor ha il modulo dell’ETCO₂.
Attualmente abbiamo una certa mancanza di presidi, soprattutto monouso come maschere laringee e da ventilazione. Esiste penuria anche di farmaci per l’anestesia, per cui purtroppo non si gettano le fiale aperte, ma si conserva il farmaco rimasto. Fino a quando ero presente avevamo ancora aghi per blocchi e da spinale.»

Com’è stato vivere ogni giorno con la guerra intorno?
«Per quanto riguarda la sicurezza, la nostra casa e l’ospedale sono uno di fronte all’altro nella stessa strada, ma spesso durante il giorno ci sono combattimenti anche intorno ai nostri edifici. Quindi si vive in costante ascolto della radio e del telefono che invia i messaggi di allerta per andare nelle safe room. In ospedale, ad esempio, la sala operatoria è considerata safe room, ma non il corridoio tra le 2 sale, per cui non ci si potrebbe muovere da una sala all’altra. Durante la notte è comunque costante il rumore di spari, bombardamenti, droni, mortai... Insomma, un po’ come nei film.»

Com’era organizzato l’ospedale in cui ha lavorato?
«L’ospedale Rafah Field Hospital è composto da tende, circondato da mura, e comprende circa 60 posti letto, variabili secondo l’afflusso dei feriti. Vengono trattati esclusivamente feriti di guerra ed esiste anche un servizio di ostetricia per parti e cesarei urgenti.
L’ospedale comprende:

  • dipartimento di emergenza (2 punti, 1 rosso ed un giallo),

  • 1 dipartimento per le visite di controllo,

  • 2 sale operatorie principali più una piccola sala per procedure ambulatoriali,

  • una saletta post-operatoria con 5 posti letto,

  • una corsia maternità, 4 corsie, radiologia e laboratorio con centro trasfusionale.»

Quali difficoltà avete incontrato a livello di personale e sicurezza?
«Fino all’inizio di luglio 2025 erano presenti 2 équipe chirurgiche. Con l’intensificarsi dei combattimenti anche nella zona di Rafah, il management ha deciso di ridurre all’essenziale il personale per motivi di sicurezza: un solo chirurgo, un anestesista, un OT nurse. Eliminata la figura della fisioterapista, del farmacista e del bioingegnere. Spesso durante il giorno avvengono combattimenti intorno alle mura dell’ospedale ed alla nostra residenza, non solo tra IDF e armate locali, ma anche tra bande locali per il controllo del territorio e la gestione dei beni alimentari.»

Com’era la collaborazione con i colleghi locali?
«Il team di EX-PAT lavora con medici ed infermieri locali palestinesi, molto preparati e competenti, tutti con buona conoscenza della lingua inglese.»

Quali erano i ritmi di lavoro del team?
«L’attività per il team EX-PAT si svolge nelle 24h, 7 giorni su 7. Noi eravamo normalmente presenti in ospedale almeno fino alle 18, ma anche oltre, secondo l’afflusso dei pazienti.»