
In ospedale, anestesisti-rianimatori: anemia, dolore e potenziali donatori vanno riconosciuti in tempo
A ICARE 2026, il congresso nazionale SIAARTI in corso a Milano, tre percorsi su ciò che in ospedale rischia di sfuggire: l’anemia prima dell’intervento, il dolore che non si vede, il potenziale donatore
Milano, 23 ottobre 2026 – Un’anemia mai curata prima di un intervento. Il dolore di una persona con una storia di dipendenza, o di un anziano con il femore rotto. Un paziente in Pronto Soccorso che potrebbe diventare donatore di organi. In ospedale sono situazioni che rischiano di sfuggire, e su cui lavorano gli anestesisti-rianimatori a ICARE 2026, 80° congresso nazionale della Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), a Milano fino a sabato 24 ottobre.
In tutti e tre i casi conta accorgersene presto, e spesso il primo a vedere il paziente è un anestesista-rianimatore: nella visita prima dell’intervento, in Pronto Soccorso, in terapia intensiva. Un’anemia scoperta settimane prima dell’operazione si può correggere. Per il dolore e per la donazione il tempo a disposizione si misura in ore.
ANEMIA PRIMA DELL’INTERVENTO – Uno dei percorsi tematici del congresso ICARE segue un uomo di 72 anni, in attesa di un intervento all’addome, che alla visita prima dell’operazione risulta anemico senza essere mai stato curato. Non è un caso raro: l’anemia riguarda circa il 30% dei pazienti prima di un intervento chirurgico e arriva all’85% dopo. Entrare in sala operatoria con un’anemia non curata aumenta il rischio di trasfusioni d’urgenza e di mortalità. Il Patient Blood Management è un programma che cerca e corregge l’anemia prima dell’operazione e limita le trasfusioni a quelle necessarie. «Un corretto approccio di Patient Blood Management riduce la durata del ricovero, le infezioni ospedaliere, gli infarti, gli ictus e la mortalità in ospedale, e fa scendere del 41% l’uso di prodotti del sangue. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei, certamente il primo se non l’unico, ad averlo reso obbligatorio per legge», afferma Edoardo De Robertis, responsabile dell’Area culturale Anestesia e medicina perioperatoria SIAARTI.
IL DOLORE CHE NON SI VEDE – Un altro percorso tematico riguarda poi il dolore, che in Pronto Soccorso a volte non viene riconosciuto o non viene trattato abbastanza. Ad esempio, se una persona con una storia di dipendenza da oppioidi arriva dopo un incidente stradale, «rischia di ricevere meno analgesia del necessario per lo stigma, per il timore di alimentare la dipendenza e per la difficoltà di riconoscere e trattare un bisogno di analgesici che può essere maggiore», spiega Silvia Natoli, responsabile dell’Area culturale Medicina del dolore e cure palliative SIAARTI. «La risposta corretta non è negare gli oppioidi, ma trattare subito il dolore del trauma con un piano individualizzato, multimodale e monitorato, occupandosi nello stesso tempo dell’eventuale disturbo da uso di oppioidi», continua Natoli. Il problema continua dopo la terapia intensiva: alla dimissione il paziente può ricevere una prescrizione senza un percorso chiaro che tenga insieme reparto, terapia del dolore, medico di famiglia e servizi per le dipendenze.
Anche un dolore come quello dell’anziano fragile che si rompe il femore rischia di essere sottovalutato. Nel caso di uno dei percorsi tematici SIAARTI è un uomo di 84 anni caduto in un corridoio dell’ospedale, in attesa di un intervento che il documento SIAARTI sulla frattura di femore nell’anziano indica entro 48 ore. «Nell’anziano con frattura di femore il dolore va trattato subito, già in Pronto Soccorso: se non è controllato attiva una risposta dell’organismo che pesa su cuore e reni, già fragili, e può favorire il delirium», aggiunge Natoli. La strada indicata è un trattamento multimodale, con blocchi anestetici dei nervi eseguiti presto, che permettono di usare meno oppioidi.
UN POTENZIALE DONATORE – Anche il terzo percorso parte dal Pronto Soccorso, con una domanda: questo paziente può essere un donatore? «La priorità è salvare il paziente: stabilizzarlo, capire la gravità del danno e avviare le cure appropriate. Nelle situazioni più gravi si riconosce anche l’eventuale possibilità di donazione, coinvolgendo rianimazione e coordinamento ospedaliero. Le decisioni sulle cure restano sempre indipendenti dalla donazione», spiega Marinella Zanierato, responsabile SIAARTI per la Macroarea Nord e coordinatrice del percorso congressuale su donazione e trapianto. Riconoscere presto un potenziale donatore permette di rispettare la volontà di chi ha scelto di donare. Nel 2025 l’Italia è stata il secondo Paese europeo per donatori deceduti, 30,9 per milione di abitanti, dopo la Spagna e prima della Francia (Newsletter Transplant 2026 del Consiglio d’Europa). Secondo il Centro Nazionale Trapianti i donatori utilizzati sono stati 1.760 e i trapianti 4.678, il numero più alto mai raggiunto. La donazione a cuore fermo ha dato 428 donatori e 897 trapianti, circa un quinto dell’attività da donatore deceduto. In lista d’attesa ci sono più di 8.400 persone. «Nelle regioni con più donatori funziona soprattutto il lavoro di squadra: pronto soccorso, rianimazioni e coordinamenti della donazione collaborano attraverso percorsi ben organizzati, con personale formato. A sostenere questi risultati c’è anche la fiducia dei cittadini nel sistema sanitario», aggiunge Zanierato. Restano i “no”: il Centro Nazionale Trapianti stima 2.400 trapianti mancati nel 2025 per le opposizioni. Tra i 3,77 milioni di cittadini che hanno espresso la propria volontà al rinnovo della carta d’identità, il 40,1% ha detto no. «Con la famiglia l’anestesista-rianimatore può costruire fiducia attraverso ascolto, presenza e spiegazioni comprensibili. La donazione si affronta in un momento distinto, rispettando la volontà della persona: l’obiettivo è sostenere una scelta consapevole».
