Nell’autunno scorso in Italia si è svolto un acceso dibattito, che ha visto coinvolto anche il Governo, riguardo alla piccola Indi Gregory, ricoverata al Queen’s Medical Centre di Nottingham. Di recente, placata la tempesta mediatica, il Comitato Etico della Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva ha ritenuto opportuno esprimere alcune considerazioni per chiarire i criteri che guidano riflessione e decisioni in situazioni simili. Questi, in sintesi, i punti centrali del documento.
La dimensione del limite rappresenta un elemento intrinseco e ineludibile per la medicina e i processi di cura.

Perché è sbagliata l'espressione "staccare la spina" (di Alberto Giannini)
dal Corriere Salute
La sospensione di trattamenti non proporzionati non è equiparabile a pratiche di tipo eutanasico. La Società degli anestesisti e dei rianimatori richiama i criteri che guidano riflessione e decisioni in situazioni «limite»
di Alberto Giannini*
La medicina contemporanea, per quanto sofisticata e «aggressiva», spesso non è in grado di guarire le persone, di salvare la vita o anche solo di incidere in modo significativo sull’evoluzione della malattia. Ciononostante, i singoli e la comunità hanno di frequente aspettative irrealistiche nei riguardi delle capacità di guarigione della medicina. I trattamenti di supporto vitale, così come ogni altro mezzo di diagnosi e cura, devono rispondere al principio di proporzionalità, che valuta sia l’appropriatezza clinica del mezzo sia la sua gravosità per il malato.
Pertanto, è clinicamente ed eticamente doveroso non usare mezzi di diagnosi o cura giudicati non proporzionati, o sospenderli in un secondo momento qualora diventino tali nel corso del tempo. In Italia, sia i riferimenti di carattere normativo (Legge 219 del 2017), sia quelli di carattere deontologico ed etico sono concordi nel riconoscere la centralità di questo principio. Nessuno può dunque chiedere per sé o per altri, né tanto meno pretendere, mezzi di diagnosi e di cura giudicati non proporzionati.
Anche nel mondo della medicina intensiva la sospensione di un trattamento (anche di supporto vitale) non coincide in alcun modo con la sospensione delle cure. Ogni persona continua a essere curata nel pieno rispetto della sua dignità, ma vengono rimodulati gli obiettivi delle cure in chiave palliativa, così da rimuovere o limitare al massimo ogni causa di dolore e di sofferenza.
Anche le parole contano. Il linguaggio con cui il mondo della comunicazione e quello della politica hanno descritto o commentato il caso della piccola Indi è stato spesso impreciso, approssimativo, ideologico, teso più a colpire e influenzare l’interlocutore, piuttosto che a esprimere un punto di vista argomentato.
Ad esempio, sul piano clinico ed etico non è assolutamente corretta l’equiparazione con pratiche di tipo eutanasico della sospensione di trattamenti di supporto vitale ritenuti non proporzionati. Similmente, un’espressione gergale come «staccare la spina» è inaccettabile e da proscrivere perché del tutto scorretta.
* Direttore UO Anestesia e Rianimazione Pediatrica Spedali Civili, Brescia
