
"Margaret Spada, l'esperto: «Il rischio zero non esiste. Ma una malformazione può solo aggravare la reazione all'anestetico» (intervista ad A. Giarratano)
Antonino Giarratano, presidente della Siaarti: «Se i medici hanno lavorato in anestesia locale e se c’è stata una ripetuta somministrazione di anestetico, o una somministrazione accidentale nei vasi, è facile che in un sito molto vascolarizzato la sostanza possa andare in circolo. E provoca aritmia e convulsioni».
«La questione di una probabile malformazione congenita come causa principale dell'ipotizzata reazione avversa non mi convince - ammette Antonino Giarratano, presidente della Siaarti (Società di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva) e ordinario di anestesiologia dell'Università di Palermo – È invece importante capire se la struttura aveva attrezzature, tecnologie e personale preparato per trattare con la rianimazione cardiopolmonare di base e il defibrillatore le eventuali aritmie, le convulsioni e l'insufficienza respiratoria».
Partiamo dalla malformazione congenita. È così pericolosa in caso di anestesia?
«Se non è una malformazione morfologica o del ritmo cardiaco, non dà evidenza clinica e non c'è un nesso causa effetto, ma potrebbe aver agito da fattore aggravante della reazione avversa all'anestetico locale».
Cosa vuole dire?
«Che la causa principale è la somministrazione rapida di un anestetico locale, riassorbito rapidamente, causando perdita di coscienza e aritmia cardiaca. In alcuni studi clinici medici, adeguatamente attrezzati per l'emergenza, si fa la sedazione. Se la si fa più profonda senza anestesia, questo complica molto situazione, e una reazione all'anestetico locale può diventare fatale».
L'anestesia locale è comunque rischiosa?
«Se i medici hanno lavorato in anestesia locale e se c'è stata una ripetuta somministrazione di anestetico, o una somministrazione accidentale nei vasi, è facile che in un sito molto vascolarizzato la sostanza possa andare in circolo. E provoca aritmia e convulsioni».
E quindi anche la morte?
«Se non si è formati o non si hanno tecnologie e attrezzature per trattare subito le complicanze, e se una équipe con anestesista rianimatore non è disponibile in alcuni minuti a fare manovre avanzate, la mortalità arriva al 100%. Se fai somministrazioni ripetute o in concentrazioni maggiori, è più facile che succeda che una quota dell'anestetico passi in circolo».
Qual è il dosaggio corretto?
«Se faccio una rinoplastica superficiale, l'anestesia mucosa copre il 70-80% del dolore. Se devo lavorare su strutture cartilaginee o ossee del naso, non c’è anestesia locale che copra. E allora il tentativo è superare questa fase o aumentando il dosaggio dell’anestetico - che però aumenta il rischio di riassorbimento e complicanze - oppure si ricorre a una sedazione profonda o anestesia generale. Se è vero che la paziente aveva mangiato prima dell'intervento, vuol dire che i sanitari avevano intenzione di concludere tutto con una sola anestesia locale. Sarebbe stata una follia dirle di mangiare e poi farle una sedazione profonda senza intubazione. Se ho le convulsioni e ho mangiato, in fase di incoscienza perdo lo stimolo a espellere il vomito. E il cibo passa nei polmoni aggravando l'assenza di ossigeno.»
Ma la reazione allergica è sempre possibile?
Le reazioni allergiche si manifestano quando hai una precedente sensibilizzazione. E compaiono alle seconde somministrazioni. Se è vero che la paziente non aveva mai avuto contatti con l'anestetico, non può trattarsi di una reazione allergica ma di una forma simile per sintomi che si chiama anafilattoide.
Cosa fare per scongiurare rischi gravi?
«In tutte le strutture accreditate abilitate, dagli ospedali alle cliniche accreditate, si fa una valutazione del rischio chirurgico e del rischio anestesiologico peri-operatorio, con specialisti adeguatamente formati.»
Non c’è mai il rischio zero?
«Anche il più sano, giovane, forte, ha sempre un rischio X, perché quando vengono somministrate alcune sostanze l'organismo può avere una reazione non prevedibile, ma se l’arresto avviene in un ambiente con specialisti in rianimazione, si ha una probabilità di recupero del 90%. Sul territorio, dove chi soccorre può non essere formato, solo il 20% dei pazienti sopravvive. Se lo studio si trova in una struttura non adeguata, meglio andarsene via»
